Per capire la rimonta di Putin basta ascoltare un rapper tagiko

Un video su Internet spopola in Russia:  “La Russia senza Putin? Welcome to Hell!”. Il video dipinge un quadro apocalittico del paese nell’ipotesi di una vittoria dell’opposizione: la più totale disorganizzazione dello stato, la perdita dell’indipendenza nazionale a opera degli Stati Uniti, la débâcle economica, scontri armati tutti contro tutti, lo sfascio della Russia, l’esplosione della criminalità e la miseria. Il primo canale della tv l’ha trasmesso e tutti si sono impressionati. di Felix Stanevskiy
18 FEB 12
Ultimo aggiornamento: 23:11 | 15 AGO 20
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Un video su Internet spopola in Russia: “La Russia senza Putin? Welcome to Hell!”. Il video dipinge un quadro apocalittico del paese nell’ipotesi di una vittoria dell’opposizione: la più totale disorganizzazione dello stato, la perdita dell’indipendenza nazionale a opera degli Stati Uniti, la débâcle economica, scontri armati tutti contro tutti, lo sfascio della Russia, l’esplosione della criminalità e la miseria. Il primo canale della tv l’ha trasmesso e tutti si sono impressionati. Per l’opposizione si tratta di un’esagerazione propagandistica, ma i maestri delle public relation filo-Putin hanno centrato l’obiettivo: la disintegrazione dell’Urss e gli eventi successivi hanno lasciato nella memoria popolare un ricordo sconvolgente.

Allora Vladimir Putin è veramente il salvatore della Russia come afferma una canzoncina intitolata VVP (Vladimir Vladimirovich Putin)? Composta in musica rap da un immigrato tagiko, è talmente popolare che perfino la radio d’opposizione l’Eco di Mosca l’ha messa sul sito. Forse perché qualcuno sente l’ironia: il personaggio decantato non ha mai incontrato in Russia tanta opposizione e ostilità. Il miglioramento delle condizioni di vita viene messo in dubbio oppure spiegato con alti prezzi del petrolio sul mercato internazionale. La pacificazione in Cecenia è spesso considerata come il risultato dell’instaurazione del regime autoritario di Ramzan Kadyrov. Anche il consolidamento dello stato e della sua unità è interpretato in chiave critica: la Russia diventa sempre più regno della burocrazia e della corruzione.

In risposta agli attacchi dell’opposizione, Putin organizza la sua campagna elettorale puntando sulle idee liberali e cercando di riconquistare quel 30 per cento della popolazione che appartiene ai ceti medi e costituisce la base delle manifestazioni di protesta. Da cinque settimane, ogni lunedì Putin ha pubblicato un suo articolo ora sulle pagine di un giornale ora su quelle di un altro. Messi insieme viene fuori il suo programma elettorale. Una mossa abile: gli elettori non leggono i programmi di altri candidati alle presidenziali, lunghi e noiosi. Invece un articolo firmato Putin è sempre un evento di cui si parla.

Negli articoli si parla molto di democratizzazione, tentando così di dissipare i dubbi sulla devozione dell’autore ai principi democratici. Putin si riferisce a un pacchetto di proposte che include la creazione di partiti politici, l’abolizione di alcuni intralci per i candidati alle elezioni di vari livelli, incluse quelle presidenziali, nonché l’elezione diretta dei governatori regionali finora nominati dal Cremlino. C’è anche l’obbligo per la Duma di esaminare tutte le iniziative che raccolgono su Internet più di centomila firme, l’introduzione del “crowdsourcing”, vale a dire della discussione online delle leggi federali e delle decisioni a livello locale. Si tratta di iniziative che vanno incontro alle esigenze della piccola e media imprenditoria.

Ricordando quanto radicata è la corruzione in Russia, Putin si è riferito a un celebre episodio del passato: lo zar Nicola I ordinò di estirpare la corruzione non risparmiando i colpevoli e il capo della polizia disse: “E con chi rimarrà Sua Maestà?”. Un articolo di Putin s’intitola “Dobbiamo vincere la corruzione” e avanza alcune idee, come la separazione dell’esecutivo dalle strutture di controllo e la subordinazione della Corte dei conti non più al presidente russo ma al Consiglio della Duma con la partecipazione di tutte le frazioni parlamentari. Forse il maggiore dispiacere per i funzionari statali è l’imposizione di rendere conto non soltanto degli introiti ma anche delle maggiori spese – per automobili, appartamenti e case, ecc. Sul piano economico Putin promette un’ulteriore privatizzazione delle imprese statali e un clima favorevole agli investimenti anche stranieri.

Che fine farà Medvedev
Per l’opposizione sono promesse a vanvera. Ma lui non può non realizzarle. La pressione su Putin è forte: il capo della sua squadra elettorale, Sergei Govorukhin, definisce le elezioni del 4 marzo “le più difficili nella storia russa”. Vincerle questa volta non è tutto. Putin dovrà ancor prima dell’inaugurazione affrontare l’inevitabile battaglia sui brogli elettorali, poco importa se i risultati saranno falsificati o no. Nessuno si fida delle autorità, e uniti nell’avversione contro Putin ci sono comunisti, nazionalisti, democratici e liberali sostenuti da giornalisti e blogger. Negli ambienti dell’opposizione liberale e nazionalista, si sente dire che la presidenza Putin ha le ore contante, mentre i radicali più equilibrati non gli concedono più di tre-quattro anni di vita presidenziale.

Come risponderà Putin non è facile prevedere. Le sue mosse sono spesso inaspettate. A Mosca qualcuno dice che vorrà sciogliere il suo partito Russia unita. Non ne ha bisogno più di tanto: la sua campagna elettorale si basa sul Fronte popolare – movimento che previdentemente ha organizzato poco meno di un anno fa. C’è chi azzarda l’ipotesi dello scioglimento anticipato della Duma alla fine dell’anno. Di certo ci saranno importanti cambiamenti nel gruppo dirigente e nel corpo di governatori regionali. Non si sa invece che fine farà Dmitri Medvedev, attuale presidente, che non ha pronunciato finora una parola in favore di Putin. Nei prossimi scontri politici c’è da aspettarsi una crescita del ruolo di quattro religioni ritenute tradizionali – ortodossa, musulmana, giudaica e buddista. Il patriarca Kirill e i capi di altre confessioni religiose sono intervenuti a spada tratta in appoggio a Putin.

Tutti gli osservatori sono del parere che i temi di politica estera, della “primavera araba”, della Siria e dell’Iran, rimarranno rilevanti. La forza più agguerrita è costituita da varie organizzazioni di stampo antiamericano. Criticano Putin per la sua politica interna ma vedono nelle manifestazioni di protesta la mano di Washington e gli albori di una “rivoluzione di pellicce di visone” chiamata così per la partecipazione nelle proteste di molte donne provenienti da ambienti agiati. A Mosca si dice che la situazione ricorda quella precedente all’inizio del caos degli anni Novanta. Putin appare molto sicuro di sé. Però, riconosce il capo della sua squadra elettorale, è preoccupato.
di Felix Stanevskiy